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Domenica 31 Maggio 2020
Parrocchia S.Stefano
di Osnago
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Don Carlo Dassi

(Dun Carlòn)

A ridosso della mura verso Est del nostro cimitero, c’erano un tempo fra le altre, le tombe di tre dei nostri vecchi parroci. Quella di don Giuseppe Gallavresi risaliva al 1852. La tomba di don Angelo Malvestiti era datata 1878. La terza con la data 14.8.1911 conteneva le spoglie di don Carlo Dassi.
Allorchè la cinta fu demolita per l’ampliamento del cimitero verso levante furono rimosse le tombe. Le prime due non lasciarono resti. Da quella di don Carlo furono invece prelevate le ossa, conservate in una cassettina e introdotte in un piccolo loculo fra quelli appena costruiti.
Il ricordo del “dun Carlón” era ancor vivo nella mente dei nostri vecchi. Don Carlo resse la nostra parrocchia dal 1879 al 1911, quindi. I suoi furono almeno trent’anni di intensa attività pastorale, rivolta anche ad aspetti culturali e sociali della vita del paese. C’è ancora tra noi chi ne ricorda l’identità. Forse non tanto per memoria visiva (mio zio Giuanin che ha 97 anni l’ha appena appena presente) piuttosto per averne sentito spesso parlare anche dopo che era scomparso. Io stesso ne ho appreso il carattere e l’operato dalla mia nonna materna e, più oltre, dalla signora Angelica, madre del nostro organista Giovanni Maggioni. Di lui, però, è rimasta a lungo fra noi un’opera tanto cara a tutti quanti: l’oratorio maschile ch’egli ebbe la fortuna di inaugurare appena qualche mese prima della sua dipartita. Sulle orme di don Bosco e di San Filippo Neri, fondatori degli Oratori, don Carlo aveva coltivato il sogno di realizzare un luogo di educazione cristiana per la nostra gioventù. La costanza lo gratificò. Potrà sembrare una cosa da poco, oggi, ma pensare che già un secolo fa Osnago possa aver avuto un oratorio con un ampio salone, un palcoscenico, tre o quattro sale per le riunioni e la catechesi, l’abitazione dell’assistente che prima d’allora doveva abitare in luogo distante, era un sogno di grande portata. Da allora, almeno per la gioventù, vennero a cessare le riunioni in chiesa, al di fuori delle funzioni, separate da tendaggi, dove si potevano a malapena ascoltare le spiegazioni dei catechisti che proponevano gli elementi fondamentali della dottrina cristiana.
L’oratorio era altra cosa: un cortile, per la verità non troppo ampio, dei portici dove poter giocare e conversare riparati dalle intemperie, un abbozzo di cappella in cui pregare, un palcoscenico sul quale avvicendarsi nell’allestimento di commedie, di accademie, di attività ricreative. Un sogno! Ma l’attività di don Carlo andò ben oltre. Egli era parroco di un paese agricolo. Da poco era sorta in paese la tessitura Galimberti che offriva soprattutto alle donne e alle giovani la possibilità di racimolare qualche soldo. Ma la vita dei campi era spesso fonte di non lievi preoccupazioni. Più d’una volta aveva dovuto assistere allo sconcerto di qualche famiglia a cui era morta qualche bestia in stalla. Ne conseguiva un vero crollo economico, una effettiva impossibilità di un pur precario sostentamento. Il parroco, ingegnoso e intraprendente, si fece promotore di una associazione. Riunì i contadini e fondò la “Sucietà di vacch”. Da allora, quando succedeva che una mucca o un vitello incorressero in una morìa o in un improvviso decesso, si procedeva ad una colletta. In cambio di qualche trancio di carne, si offriva un contributo per alleviare l’infortunato agricoltore dalle conseguenze del catastrofico evento. E così gli si forniva l’opportunità della sostituzione dell’animale perduto. Sollievo e cooperazione, quindi. Merito della sensibilità e dell’inventiva di un parroco zelante nel ministero ma anche attento ai problemi della vita quotidiana e alle esigenze del proprio gregge. In effetti, sul filone della cooperazione si destreggiò parecchio il nostro don Carlo. La cooperativa familiare, il Circolone, ebbe pure il suo marchio. Convinse ciascuna famiglia osnaghese a farsi socio della fondazione; e la Cooperativa familiare fece il suo egregio corso per diversi decenni. Ebbe un negozio di alimentari, un macello, una rivendita di combustibili, un mulino, e un’osteria (un dopolavoro) con annesso un campo da bocce a più comparti. Un bel complesso, dunque! Iniziativa di un parroco! Dapprima il tutto ebbe sede in Via Trieste, dov’è adesso la Coop. Mio zio Giuanin è orgoglioso di affermare che il primo gestore del Circolone è stato suo padre Lüis. Altri ricordano un successivo manegión: Gnöö di Cài e poi Ida. Nel periodo della Seconda Guerra Mondiale il Circolone fu trasferito nello stabile che appartiene attualmente al Comune. Ed ebbe scolpito sopra il muro frontale la sigla OND (Opera Nazionale Dopolavoro). Attualmente il Circolone però è altra cosa. Attorno al 1880 venne varata la legge sull’obbligo scolastico. Era lo Stato a farsi carico dell’alfabetizzazione dei propri cittadini. Ma il buon don Carlo l’aveva preceduto. All’interno della tessitura Galimberti aveva concordato l’inserimento di alcune suore che insegnando l’opera di ricamo e di orlatura dei tessuti fossero anche in grado di fornire i primi elementi del leggere e dello scrivere. Presso i Picitt, incoraggiò ad operare in tal senso anche qualche signorina laica. Volontariato, già fin d’allora. Attorno al 1894 organizzò un comitato per la costituzione dell’asilo infantile. Detto comitato fece sorgere l’edificio di Via Gorizia dov’è ora la direzione della Fiera. In quello stabile, dapprima dovettero operare forse delle maestre laiche; in seguito, dal 1912, ci fu la presenza ininterrotta delle suore del preziosissimo sangue. Oltretutto, proprio in virtù della legge sull’obbligo scolastico mise a disposizione la sala del Capitolo, sopra la sagrestia. Vi accedevano le bambine passando per la porta di Via Sant’Anna, dinanzi alla canonica. Per i maschi, il comune aveva provveduto a costruire le scuole elementari dov’è attualmente la piazza Nazario Sauro, ma per le femmine non c’era posto. Anche a livello della stessa chiesa di Santo Stefano il nostro don Carlo lasciò un’impronta ancor oggi tangibile. C’è un ostensorio, quello solenne, che porta una data del suo periodo parrocchiale. Qualcuno prima di lui aveva aggiunto alle primitive tre campane del campanile una quarta campana. In suo onore, nel 1883 la parrocchia completò il concerto aggiungendovi il campanone. Nel 1885 sensibilizzò gli abitanti delle Orane a corredare la loro cappellina con la statua della Vergine delle Grazie. Purtroppo, anche per un operatore instancabile e avveduto della nostra comunità, gli ultimi anni di vita furono apportatori di qualche malanno. Non essendo più in grado di salire i gradini dell’altare maggiore, era costretto a celebrare le sacre funzioni presso l’altare della Madonna Assunta. Sempre accompagnato e assistito da un chierichetto perfino attempato: Lüisöö de Pia. Ebbe comunque, come abbiamo già anticipato, la gioia di inaugurare l’oratorio maschile nel mese di maggio 1911, prima di lasciarci.

- scritto nell'anno 2006 -

Autore del testo

Alfredo Ripamonti
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